Di tifo in morto...
Domenica 11 novembre 2007: è un giorno che due famiglie italiane certamente non dimenticheranno più. E' il giorno in cui un agente della Polizia Stradale - per sua stessa ammissione - ha rovinato "la vita di due famiglie".
A questo credo che si possa aggiungere ben poco. Credo che non esistano parole per descrivere il dolore di una famiglia che perde un congiunto senza una spiegazione, senza una causa apparante, senza una giustificazione che non sia il caso. Come pure non esiste - nella mia mente - un termine che aiuti a definire l'angoscia di quel poliziotto.
Dalla guerra del tutti contro tutti escono perdenti le due famiglie. Da quella stessa guerra esce sconfitto uno stato debole. Uno stato piegato, una capitale messa a ferro e fuoco da 250-300 teppisti. Dire che non hanno nulla a che fare col calcio è quanto di più scontato si possa scrivere.
Sta di fatto però che nelle domeniche pomeriggio di calcio, in quelle folle amorfe si celano personaggi cattivi, dei teppisti. Delinquenti. La criminalità dilaga, come pure la simpatia e la condivisione strisciante per gli atti di forza, per il non rispetto delle forze dell'ordine per la tendenza a dire che tutti i poliziotti sono esaltati o che tutti i tifosi sono dei teppisti.
Una domenica concitata, dalle 9.10 del mattino, fino alle prime ore del pomeriggio quando la notizia ha cominciato a riempire le radio, le tv, i siti web. Un crescendo di gelo nelle ossa, di inquietanti interrogativi, di paure, mie personali. Il timore di una società che non riconosce l'involuzione violenta verso cui va incontro. Il timore concreto che tutto si spenga e scivoli verso la bieca consapevolezza che il tempo lenisce, fa sparire, ammutolisce, mette a tacere.
L'Italia, non come blanda definizione di un paese senza spina dorsale ma come concetto di stato sovrano e governato dalla legge, ha bisogno di sapere che chi sbaglia paga e chi paga lo fa non per soddisfare una voglia di vendetta, bensì per salvaguardare il principio di lealità, di convivenza regolata dalle leggi.
A questo credo che si possa aggiungere ben poco. Credo che non esistano parole per descrivere il dolore di una famiglia che perde un congiunto senza una spiegazione, senza una causa apparante, senza una giustificazione che non sia il caso. Come pure non esiste - nella mia mente - un termine che aiuti a definire l'angoscia di quel poliziotto.
Dalla guerra del tutti contro tutti escono perdenti le due famiglie. Da quella stessa guerra esce sconfitto uno stato debole. Uno stato piegato, una capitale messa a ferro e fuoco da 250-300 teppisti. Dire che non hanno nulla a che fare col calcio è quanto di più scontato si possa scrivere.
Sta di fatto però che nelle domeniche pomeriggio di calcio, in quelle folle amorfe si celano personaggi cattivi, dei teppisti. Delinquenti. La criminalità dilaga, come pure la simpatia e la condivisione strisciante per gli atti di forza, per il non rispetto delle forze dell'ordine per la tendenza a dire che tutti i poliziotti sono esaltati o che tutti i tifosi sono dei teppisti.
Una domenica concitata, dalle 9.10 del mattino, fino alle prime ore del pomeriggio quando la notizia ha cominciato a riempire le radio, le tv, i siti web. Un crescendo di gelo nelle ossa, di inquietanti interrogativi, di paure, mie personali. Il timore di una società che non riconosce l'involuzione violenta verso cui va incontro. Il timore concreto che tutto si spenga e scivoli verso la bieca consapevolezza che il tempo lenisce, fa sparire, ammutolisce, mette a tacere.
L'Italia, non come blanda definizione di un paese senza spina dorsale ma come concetto di stato sovrano e governato dalla legge, ha bisogno di sapere che chi sbaglia paga e chi paga lo fa non per soddisfare una voglia di vendetta, bensì per salvaguardare il principio di lealità, di convivenza regolata dalle leggi.
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