Il capo penzolante dei capi. L’immagine lesa di una donna di mafia.

Il fatto che una fiction possa, più o meno consciamente, avviare la riflessione su una fase della storia del nostro paese, tutto sommato era prevedibile. Ovviamente meno prevedibili erano alcune reazioni. Senza andare nel merito delle questioni tecniche ed artistiche, che non mi competono, ho avuto la sensazione che la fiction su Riina, checché ne dica l’interessato, abbia solo parzialmente reso giustizia all’efferatezza della storia di Cosa Nostra, solo in parte abbia dato a vedere le logiche di violenza, di spregiudicata gestione del potere – economico, politico e sociale – che l’organizzazione mafiosa, e l’ascesa dei corleonesi, ha prodotto in Sicilia e non solo.
Le tesi di chi – come il Ministro Mastella – sostiene che la fiction in qualche modo abbia addolcito la storia di Riina, può essere discussa, ma non essere scartata a priori. Con i limiti del caso, descrivere una storia come quella del boss di Corleone dal punto di vista dello stesso boss, ha in sé una serie di rischi. Facilmente la descrizione può far diventare Riina una specie di Robin Hood nostrano, rischiando di mettere in secondo piano che egli, a differenza dell’eroe di Sherwood, non rubava ai ricchi per dare ai poveri. Si tratta di una esagerazione? Forse, ma soprattutto nelle fasi della giovinezza di Riina, la volontà di cambiar vita appare come la voglia di riscatto del Pinocchio di Collodi, la voglia di diventare da burattino un bambino vero. A differenza dello sfortunato burattino di Collodi però, Riina riesce. Credo che – dalla cronaca degli ultimi giorni – la richiesta di risarcimento per lesione dell’immagine personale, elevata dai legali del boss di Corleone, sia sull’onda della nostra tradizione italiana.
Chiederei a chi abbia la voglia di rispondermi, di quale immagine s’è lesa l’illibatezza? L’accusa elevata dal legale della famiglia del boss tenta di tutelare la moglie di Riina, Ninetta Bagarella. Secondo quanto dichiarato dai legali della famiglia, l’immagine della moglie del boss è lesa perché ella è stata accomunata nella fiction al marito. Ehm… Credo di non aver capito bene. La moglie di Riina, chiede i danni agli autori de “il Capo dei Capi” perché viene accomunata al marito? Come si può non accomunare chi sceglie di sposare Riina in clandestinità, vive con lui la latitanza (ben 25 anni), condividendone le sorti, peraltro con l’ingombrante parentela con Leoluca Bagarella (nella foto), uno dei più spietati killer del clan dei Corleonesi. Come non accomunarla se, anche nel formulare la richiesta di risarcimento, usa i medesimi legali del marito? Vedo un che di surreale in tutto ciò. Ma non sorprende. Già perché, senza farsi domande negli anni mirabili della crudele ascesa dei corleonesi, la Bagarella non si preoccupa di quanto Riina e company vanno mettendo in atto, salvo parlare di persecuzione nei confronti della sua famiglia quando, dopo qualche anno dall’arresto del marito, viene arrestato anche il figlio Gianni nel ’96 per associazione mafiosa (condannato nel 1997 a quattro anni e mezzo di reclusione).
Senza contare, scusatemi la precisazione, che i volti dei protagonisti della vicenda, non sono quelli dolci degli attori, ma sono quelli rudi e spietati di assassini senza scrupoli e dei loro complici, di uomini che non hanno certo lesinato gli ammazzamenti, pur di raggiungere l'obiettivo. E di donne che nel migliore dei casi hanno taciuto le barbarie. Nel migliore dei casi.
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