Il cattolico de Gaulle che non faceva mai la comunione in pubblico.


L’immagine, del privato dello statista francese, è stata usata da Piergiorgio Odifreddi per giustificare la dura opposizione di alcuni ambienti all’intervento del Papa presso l’Università di Roma. Per tutelare la laicità e l’indipendenza dello Stato Italiano dal Vaticano. Ma – per citare Montanelli – peggio della censura c’è solo la reticenza. Nel senso che lo Stato Italiano esprime esso stesso una debolezza, di uomini e di idee, una pochezza nelle personalità che lo rappresentano da decenni in qua, tale da creare lo spauracchio dell’ingerenza del Vaticano. Qualcuno recentemente mi ha ricordato che la continua richiesta di appoggio, il confronto mirato ad ottenere consenso ed appoggio sul proprio operato e sulle proprie scelte, è un palese segno di debolezza e di insicurezza. Come pure lo è, chiudere gli spazi a coloro che esprimono un mondo di valori e idee differenti dalle proprie: vuol dire evitare il confronto, vuol dire non porsi in dialogo ma rifiutare il confronto. Così i nostri politici, gli uomini apicali dell’Italia del terzo millennio (ma anche di quella alla fine del secondo), sono uomini insicuri, che cercano le sacche di consenso prima ancora che una propria linea d’azione e di governo. Sono uomini che tendono a chiudere gli spazi, per l’insicurezza del proprio sapere, per la becera volontà di apparire perfetti e privi di nei. De Gaulle aveva fatto la scelta di vivere la propria dimensione religiosa e di coordinarla con quella pubblica e politica: non penso che avesse reso l’’una indipendente dall’altra, giacché sarebbe una sorta di afasia del comportamento. Credo piuttosto che abbia voluto non usare la dimensione cattolica come arma, come macchina di consenso e quindi come strumento ricattatorio. Non credo gli sia riuscito, ma apprezziamo il gesto.
Tornado alla questione de “L Sapienza”, non credo che Ratzinger, abbia bisogno della mia difesa, non credo che il Santo Padre chieda a me di perorare la causa della questione. Ho sorriso dei titoloni, dei commenti catastrofici da una lato e trionfanti dall’altro. I guelfi che parlano di danno ai rapporti dell’Italia col Vaticano, di sconfitta per l’Italia, di indecenza… I ghibellini che parlano di vittoria della laicità del sapere, di indipendenza, di risultato importante. “ma ci faccino il piacere”, avrebbe detto Totò.
Onestamente parlando, sono contro – lasciatemelo dire – i pregiudizi: contro quelli clericaleggianti, di chi esprime giudizi e valutazioni sulla base di schemi mentali che non si confrontano con la realtà, che mirano a conservare privilegi, che mirano a mantenere un messaggio di salvezza uguale a sé stesso, senza la necessità di confrontarsi coi tempi che viviamo. Ma sono altrettanto decisamente contro coloro che esprimono l’opposizione culturale a al mondo ecclesiale (quello della comunità-Chiesa cattolica) che esprime, come fanno tutti, una posizione sulla base di un background culturale e di valori che, nel bene e nel male, ha fatto la storia dell’uomo come le altre grandi religioni monoteiste.
Credo che il tema, senza sminuire il ruolo del Papa, non sia soltanto la mancata visita e la mancata apertura dell’anno accademico, ma sia ben più grande: una società piena di punti di vista presuntuosi, arroganti, privi della volontà di confrontarsi seriamente, privi della capacità di offrire spazi di dibattito.
Dicevo, non c’è bisogno che io difenda Ratzinger: ha i suoi spazi, come se ce li ha! Ha la possibilità di esprimersi su tutti i temi e con i tempi e i modi che gli sono propri, con strumenti e mezzi da fare invidia a capi di stato di tutta la terra. Non credo che sia una questione di libertà, come tutti si sono affrettati a dire. Una questione di sensibilità di comunicazione, di civiltà, di buona convivenza. Nel rispetto delle diversità e dei ruoli.
Per quello che ci è dato di comprendere, ancora una volta hanno vinto le barricate, gli isterismi, gli eccessi, il muro contro muro; persino i vescovi, punti nel vivo si sono gettati all’assalto.
Per una volta, nonostante la poca affinità caratteriale e di imprinting, mi trovo d’accordo col Santo Padre: “non si visita una famiglia divisa”, è una questione di educazione.

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