Ho visto un uomo che moriva per lavoro...

È ironico, grottescamente ironico, che nell'arco di 15 giorni, una città come quella in cui vivo (di circa 47mila abitanti) abbia visto sotto i propri occhi accadere tre gravi incidenti sul lavoro. Uno dei quali per fortuna non fatale. Restano tuttavia due morti. Due famiglie dilaniate da un evento che appare fortuito, come un incidente stradale, come un evento imponderabile ed imprevedibile.

Il fatto è che non riesco a non pensare che gli incidenti sul lavoro siano una sorta di conseguenza di un impianto culturale. Retaggio di un passato duro a morire, aggiungerei.

Tempo fa, in una grossa azienda della Puglia, il responsabile del personale giustificava l'alto numero di incidenti sul lavoro (di entità varia) con un massiccio ricambio generazionale tra gli operai. In sostanza l'esodo verso la pensione degli operai aveva generato un ricambio troppo veloce perché si trasmettesse la giusta cultura della sicurezza e della prudenza.

Dati alla mano, la spiegazione appariva avere una sua logica. Come pure ha una logica la scellerata consuetudine di considerare i sistemi di sicurezza delle perdite di tempo o degli impedimenti. Oggi rifletto su eventi talmente vicini al mio vissuto qutodiano che mi viene di pensare che la fortuità dell'incidente è tale che può investire e dilaniare chiunque, con la classica strafottenza della morte.

Sento parlare di soluzioni da trovare: di controlli nelle aziende, di premi alle aziende virtuose che investono in sicurezza ed in educazione degli operatori alla sicurezza sul lavoro. Sento dichiarazioni scandalizzate ma formali, leggo di prese di posizione. Molte delle quali sensate e giuste.

Ma la cultura della sicurezza in uno stato dove ogni norma ha una interpretazione proprio, troppo specifica, troppo artatamente lontana dalla ratio della legge che mi spaventa. 900mila infortuni nei dati Inail dello scorso anno, mi fanno pensare ad un problema ben più vasto dei pochi casi di cronaca riportati dai giornali. Allora mi piacerebbe credere che, ad un certo punto, anche le sigle sindacali abbiano una risposta, un po' diversa dai comunicati stampa, un po' più pratica delle dichiarazioni.

Eppure, la deroga ad ogni norma si chiama precariato. Perché diventa una "fortuna" trovar lavoro, ancorché essere un diritto sancito dalla Costituzione del nostro stato; perché diventa un rischio esporsi per affermare il diritto alla sicurezza, alla voglia di credere che tornare a casa dopo un turno in fabbrica, dopo una giornata nei campi, non sia una utopia o un bacio della dea bendata. Troppo lungo troppo articolato il discorso. Ma in una così lunga serie di elementi, un dato è assolutamente rilevante: l'unanime coro di condanne sulla questione delle morti bianche, non riesce ad andare oltre l'enunciazoine di principio.

Al momento centinaia, migliaia di famiglie in Italia vivono un lutto o una situazione di disagio sociale a causa di un caso di incidente sul lavoro. Ed a questo, alla maniera tutta Italiana di nascondere la polvere sotto il tappeto, non si riesce a dare rispose concrete.

Commenti

david santos ha detto…
Ciao Donato, come và? Spero tutto bene per te. Buon lavoro. Un abbraccio e un buon fine settimana.

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