Volemose bene, ma i gay no!

Il fallimento maggiore del centrosinistra in Italia è rappresentato dalla mancanza di spina dorsale nell’affrontare la questione della sicurezza e dell’immigrazione, secondo un criterio di certezza, di regole fissate e per questo da rispettare. Mentre gli italiani avvertono sulla propria pelle il senso dell’insicurezza legata alla questione della criminalità, dell’immigrazione clandestina come anticamera della piccola delinquenza, delle piccole infrazione tollerate, dei piccoli furti che sempre meno sono reato di chi li commette e sempre più disattenzione di chi li subisce.
Credo che una delle motivazioni del fallimento buonista del centrosinistra sia l’atteggiamento accomodante e tollerante anche di situazioni irrazionali, pericolose, ingestibili che divengono segno di libertà e di democrazia anche quando sono semplicemente scorribande di cialtroni. Il tema della sicurezza, le ronde dei genitori di Bari: i genitori che girano in scooter di sera perché i giovani non siano vittime del bullismo, della criminalità, delle tante zone d’ombra che una città come Bari matura, giorno dopo giorno.
Il relativismo è il male del nostro tempo: ma non mi sogno di farne un problema di etica o di morale. E’ proprio un fatto concettuale di chi crede di trovare dietro ogni problema migliaia di sfaccettature, per il gusto di giustificare ogni punto di vista. Il relativismo di chi pensa che un problema di sicurezza non possa essere risolto col pugno duro, che il problema non sia qui in Italia ma fuori, di chi crede che con i tavoli di concertazione si dia alla “gente” l’impressione di fare qualcosa e poi alla fine non si decide mai nulla. E’ questo il centrosinistra che l’Italia ha bocciato alle scorse elezioni. Premiando un centrodestra non meno caciarone e non meno confuso, non meno improntato al “volemose bene”. Sulla sicurezza c’è da dire… come pure sul concetto di pari opportunità. Mi dispiace per la ministra che il mondo ci invidia in fatto di aspetto fisico, ma qualcuno dovrebbe spiegarle che “pari opportunità” non vale solo per le donne. Vale per tutte quelle situazioni che una volta si definivano di minoranza, di debolezza, di soccombenza rispetto ad un sistema ad un andazzo grossolano di categorie non troppo calzanti sulle sfumature dell’umana esistenza.
Che il gay pride spesso diventi – mi si passi il termine – troppo carnevalesco per esprimere l’orgoglio di un modo di essere, non di una scelta eccentrica, ma di una primaria esigenza di espressione della propria vita, credo sia sotto gli occhi di tutti. Non intendo perorare la causa del patrocinio. Ma riflettere sui prodromi della scelta di negarlo, me lo si deve concedere. La nefasta battuta sulla “sterilità costituzionale” dei gay pronunciata dalla Carfagna tempo addietro è un precedente non proprio positivo. Anche se – in un secco comunicato di oggi – il gabinetto del Ministro ha garbatamente fatto notare che le pari opportunità non necessariamente passano per i patrocini.
Ma serpeggiano attorno a questo già ipotesi non troppo velate di modifica della legge 194 sull’aborto, oltre che oltranziste posizioni sul mancato riconoscimento di alcuni diritti alle coppie di fatto. Ed allora mi chiedo? Pari opportunità per chi? Per chi è già tutelato? Per chi rischia di diventare come il panda del WWF, una specie protetta che nessuno vede se non negli adesivi dell’associazione?
Mi piacerebbe meditare su questo.
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