La pasta sfusa in tempo di pace.

L'immagine di Totò che balla sul tavolo nel celebre film "Miseria e nobiltà", o quella ancora più eloquente in cui - con vari espedienti - supera la fila del razionamento degli alimenti vestito da gerarca fascista, o nazista mi è balzata subito in mente questa mattina, quando ho letto la notizia relativa all'idea di tornare a vendere i prodotti sfusi per ridurre i costi al consumo.
Detersivi, vino, olio, ma anche pasta ed altri alimenti. Non so onestamente neppure io per quale motivo, ma la notizia mi ha fatto pensare ad un ritorno ciclico a situazioni complesse dalle quali difficilmente si può tornare indietro. I racconti di nonni e genitori, di tessere alimentari o acquisti di pasta e sigarette sfuse era - fino a questo momento - il racconto di una vita vissuta, lontana, a cui spesso ho pensato con il distacco di chi dice "per fortuna che quei tempi sono passati".
Ma in realtà sono passati davvero? Non ne sono così convinto. E non è per un attaccamento al consumo che lo dico, quanto per un lento ed incontrovertibile processo di imporverimento, di scollamento tra la realtà sbrilluccicante dei rotocalchi e delle tv e quella del quotidiano.
Spesso i luoghi comuni su questo tema si sprecano e volesse il cielo evitarmi di incapparvi prorio io. Ma come non pensare ad un ritorno al dopoguerra con le notizie che circolano. Percentuali altisssime di italiani migrano lentamente verso la soglia della sussistenza; mentre il massimo che si riesce a fare è pensare che prima o poi qualcosa succederà. I malumori, la mancanza di rappresentazione delle istanze di alcune fase produttive interessano la classe politica solo quando diventano un caso da stampa.
Da anni, ad esempio, sotto ogni bandiera politica, i pescatori, gli autotrasportatori, il mondo agricolo, lamentano la disattenzione, la mancanza di rappresentazione ai livelli istituzionali più alti delle esigenze stringenti di settori che producono reddito in questa nostra Italia e che, sempre più, vengono strozzati dalla burocrazia e dalle leggi. Il caro-gasolio e le blue box, le quote latte e la sperequazione sulle norme di tracciabilità degli alimenti, le infrastrutture carenti e i costi alti. Tre macro-settori della nostra economia messi in ginocchio da una sordità delle istituzioni: non già quelle nazionali, ma soprattutto quelle europee, quelle dove si decidono gli equilibri tra gli stati membri. Equilibri abbastanza precari e quasi sempre sbilanciati verso chi ha delle leggi nazionali più snelle, meno stringenti.
Allora siamo nel dopoguerra. Certo, di buono c'è che non vi sono stati morti. Che non c'è stato di mezzo un cataclisma come quello della seconda guerra mondiale. Ma non ci sembra un bel vantaggio: non sono un economista, ma non vedo prospettive. Non molte se non quelle di una seria presa di coscienza che il problema non è di parte, non è ideologico, non è basato sulla convenienza di una posizione per fini di natura elettoralistica, politica o di altro genere.
Siamo uomini o caporali? Siamo in grado di uscire dal meccanismo del "vota antonio, vota antonio" perché finalmente emerga una linea definitiva e condivisa per risolvere i problemi di questa italia. MA non come la Penelope dell'Odissea, che tessava il giorno e sfilava la notte: chi oggi è chiamato a tessere, come chi sarà chiamato a farlo nel futuro, è auspicabile che abbia la capacità di ragionare con tutti, partiti, sindacati, associazioni, parti sociali. Individuare una linea, condividera, sottoscrivere una sorta di contratto "d'emergenza" tra tutte le forze presenti in campo, e ragionare su un arco di tempo di 20 anni.
Intanto, esco per comprare un pugno di riso.
E un bicchiere di olio per condirlo. Vino, meglio di no.
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