2010: odissea di un senzatetto.


Nel 2010, ministero del Welfare, Caritas e associazioni di volontariato, avranno completato il primo rapporto sui senzatetto in Italia. Nella coincidenza dell'anno europeo per la povertà.

La notizia, apparsa qualche giorno fa su un quotidiano nazionale (Il Corriere della Sera) mi ha risvegliato due ricordi: uno abbastanza lontano nel tempo, quando in una rubrica radiofonica che curavo con l'amico Vincenzo Bellini, venni a conoscenza di una storia. Quella di Mimì, un homless di Bari, bruciato vivo su una panchina di Piazza Umberto. Erano gli anni '70, per disinfestare la città, le cronache raccontano che sia stato arso vivo in piazza Umberto, quando un barbone, quello che oggi chiamiamo clochard sperando che il termine lo renda più lontano, meno crudo, era un fatto eccezionale. Ricordo le note, di un reggae melanconico scritto dai Suoni Mudù. Ricordo l'immagine nella mia mente di un uomo che brucia nel centro di Bari, perché sia fatta pulizia.

Poi un ricordo più recente: l'incontro con il mondo dei senza fissa dimora di Bari. Al Ferrhotel di Bari. Decine di persona, in larga parte italiani. Un microcosmo di piccole gelosie, di piccoli screzi, di protezione di un non-territorio fatto di un letto in prestito per una notte, di una firma apposta sul registro all'ingresso; sul tacito patto di non portare alcoolici all'interno, di rispettare per essere rispettati.

Quando leggo le cifre che si azzardano, mi vengono i brividi. Dalle 70 alle 100mila persone. Un esercito di poveri, di nuovi poveri. Di quelli che per un accidente della vita si ritrovano fuori di casa, fuori di testa. Col cielo come tetto. Un divorzio chiuso malamente, un dolore che ti fa perdere la testa, o le due cose insieme. Una donna con suo fratello, lasciati fuori dall'asse ereditario da un terzo fratello. Messi alla porta, costretti alla fame e fuggiti da Tarnto per approdare a BAri. Finiti a vivere per strada, in staizione, sulle panchine. Un uomo di 45 anni: divorziato. Messo fuori casa da moglie e figlie perché, perso il lavoro, non riusciva a ricollocarsi "assicurando un certo tenore di vita a loro".

Fanno venire i brividi le storie che raccontano. Soprattutto perché sono storie vicine, non fatte di eventi irripetibili o lontani, come un cataclisma o una alluvione. Ma fatte di piccole cose, di quelle piccole cose che attraversano le esistenze degli uomini. Di tutti. Degli altri, ma anche di noi stessi.

Chi si occupa di centri di accoglienza o di centri di ascolto, parla di necessità primarie: come quelle di chi chiede aiuto per le bollette. Caso esponenzialmente cresciuto negli ultimi anni. Italiani, pensionati o famiglie a basso reddito. Sull'orlo del precipizio, da cui è difficile risalire.

Penso alle facce del Ferrhotel di Bari. A quella notte trascorsa, ormai 4 anni fa, in quel contesto da grande metropoli, nel cuore di un fenomeno di povertà arrivato a pieno regime anche nelle isole felici del sud. Penso alle facce, dicevo, ai ragazzi volontari degli avvocati di strada, agli amici che venivano a trovare gli ospiti ed a lasciare loro del cibo.

Penso agli homeless, ai clochard: ma non mi resta nulla. Penso ai barboni del Ferrhotel, a Mimì MIlano della Canzone dei Mudù, penso alle storie udite con le mie orecchie e mi resta un senso di sofferenza muto. Di oppressione al respiro. Che non è facile da mandare via.

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