Delle parole siamo responsabili verso gli uomini, dei silenzio dinanzi a Dio.



Non me ne vorrà don Stefano Rocca, parroco di Ugento, se utililizzo una sua frase, per stessa ammissione del curato, migliore sintesi di quello che gli ugentini sentono in questo momento rispetto al tragico caso di Peppino Basile.

Non nascondo la commozinoe provata dinanzi alla porta della sua abitazione, ancora bloccata dai sigilli della magistratura che indaga; ancora ben visibile la brecciolina usata per coprire le copiose tracce di sangue, fuoriuscito dalle 19 ferite da arma da taglio che hanno tolto la vita a Peppino.

Non posso fare a meno di ricordare il nodo alla gola provato nello scorrere le immagini del cortometraggio praparato dagli organizzatori della fiaccolata dell'altra sera; il parallelismo con la morte di MAssimo Decimo Meridio, nel colossal Il Gladiatore, associato alla morte, solitaria, notturna di Peppino, per mano di uno o più, vigliacchi omicidi.

Il punto di raccolta dei partecipanti alla fiaccolata aveva l'aria di una cosa atipica, di un momento di confronto con la realtà di un piccolo comune stravolto dalla vicenda ma impastoiato da non si sa quale sensazione, non si sa quale pensiero. Così don Stefano in via NIzza, la via della casa di Peppino, ha ribadito un concetto già enunciato il giorno dei funerali: l'omicidio Basile è una colpa comune. Di chi l'ha commesso, di chi ha sentito o visto e non parla, di chi per una intera vita ha lasciato solo Peppino nelle sue battaglie, di chi - ancora peggio - lo ha deriso o schernito per il suo modo di fare, molto colorato ma risoluto.

Peppino montava e smontava i palchi dei suoi comizi da solo; spesso parlava a piazze vuote, a piccoli capannelli di gente. Spesso imbarazzata dalla forza e dalla durezza delle dichiarazioni, nonché dalla passione che il consigliere metteva nei suoi discorsi. Accennava spesso alla disponibilità a dare la vita perché la terra d'Ugento riacquistasse dignità, riprendesse tra le proprie mani il futuro dei giovani.

Solo da morire. E' il titolo che "il Tacco d'Italia" un periodico della provincia di Lecce ha dato ad uno speciale sull'impegno politico e sociale di Basile. Lasciato solo, nelle pieghe di una vita pubblica sempre al massimo e di un privato certamente ricco di momenti difficili, ma sempre affrontato a testa alta.

Nel corteo silenzioso di lunedì sera, non c'erano simboli politici, non c'erano bandiere se non quella italiana e quella della pace listate a lutto. C'erano, questo si, cittadini, uomini, donne e bambini che hanno sentito il richiamo dell'efferato omicidio di un uomo, prima ancora che di un politico, di una amico prima ancora che di un amministratore. L'inspiegabile assenza degli amministratori ugentini, che hanno tacciato di strumentalizzazione il corteo, non ha bisogno di parole ulteriori, se non quella gridata a gran voce dalla piazza, dagli stessi ugentini e da quelli che ad Ugento erano andati soltanto per la manifestazione.

Le parole ed i silenzi, in questa storia sono vitali, come pure l'orgoglio degli ugentini, di quelle persone di "buona volontà" che non si riconoscono nella violenza, nell'atto di togliere la vita a prescindere che siano personali o politiche le ragioni. Verità e giustizia per la morte di Peppino sono un obbligo per ridare serenità alla piccola comunità leccese, per dissipare le nubi nere di motivazioni legate all'impegno civile o politico. Per restituire al crudele fatto di sangue un quadro definitivo della vicenda, perché si possa piangere Peppino, con la rassegnazione ad un lutto che, se non altro, possa avere una ricostruzione della vicenda e delle responsabilità.

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