La scomunica per eutanasia.

In questi ultimi giorni mi sono confrontato con situazioni difficili, di quelle che – quando te le trovi tra capo e collo – di tolgono il respiro e ti condizionano la vita. Fatalmente il tutto accade in concomitanza con l’esplodere del caso di Eluana Englaro, da 16 anni in coma vegetativo. Non è formalmente dipendete da una macchina per la vita, ma viene nutrita con un sondino, perché la sua vita si è congelata con l’incidente che le procurò lo stato attuale.
Non so dimostrare che non si tratti di eutanasia: non credo che la disquisizione sui termini permetta una lettura più dolce o più facile della situazione. Ma voglio pensare al dramma di quel padre che per strazio, sfinimento, stanchezza chiede che la sua Eluana possa staccarsi definitivamente dal filo che la tiene appesa alla vita. Dimostrare, come se fosse un teorema matematico che sia vita oppure no, non mi interessa, ma sento una sottile empatia per quel dramma familiare. Per quella famiglia che si è sfasciata nello stesso incidente che tolse il bagliore della vita dagli occhi di Eluana e che oggi fatica a mettere insieme i pezzi; una fatica quotidiana, incontrare Eluana in quel letto, priva di reazioni, priva di risposte alle stimolazioni esterne.
Offende il dolore di quel padre la levata di scudi, le accuse di omicidio, le manifestazioni e le chiamate a raccolta nelle piazze per dimostrare contro la sentenza del tribunale di Milano, che concede al padre della ragazza la facoltà di togliere il sondino attraverso cui Eluana viene nutrita. Una lenta morte per soffocamento, lenta e dolorosa. Questo aspetta Eluana: se penso alle riflessioni che moralisti e teologi fanno sul destino degli embrioni crioconservati, mi viene da piangere. Una delle idee, che mi ha fatto ridere amaramente quando l’ho sentita, era quella di scongelarli e farli morire, perché facciano l’esperienza del passaggio finale della vita terrena, quello della morte. La “pietà” per gli embrioni è forse più grande rispetto a quella per il dolore di Eluana?
Il teorema dell’omicidio, dell’irresponsabilità della scelta paterna è il teorema della mancanza di conoscenza che la nostra società ha del dolore, della sofferenza: una mancanza di conoscenza dovuta ad un progressivo allontanamento della sofferenza dai focolai domestici per essere affidata a case di cura, centri specializzati, ospizi e perfino, nel momento finale, a camere ardenti prese in affitto. Non abbiamo più la concezione del dolore e della sofferenza, non percepiamo più cosa voglia dire il contatto, il confronto quotidiano con chi sta male, con chi soffre ed ha come prospettiva il lento spegnimento.
Aspirare al termine delle sofferenze non è un modo per lavarsene le mani: credo molto nella medicina del dolore, quella sorta di aiuto che permette all’uomo di non essere deformato, nella mente e nello spirito, nell’affrontare il trapasso. Nella nostra società è un atto di pietà, minino oserei dire.
La pretesa di chi oggi si erge a difensore della vita nasce dalla presunzione di conoscere il mondo, di sapere che cosa vuol dire convivere 24 ore al giorno con la realtà di una figlia bloccata in un letto, pensando a migliaia di cose. Finanche all’idea di “che cosa accadrà quando io non ci sarò più?”. Ho visto tanti genitori porsi questa domanda.
Non condanno il signor Englaro, perché ho provato la sensazione di impotenza quando qualcuno a cui sei molto legato è appeso al filo della vita, la sensazione di non poter far nulla, di essere inutile alle sue sofferenze. L’ho provato in una situazione che si è evoluta in positivo, per grazia di Dio. E non posso immaginare a che cosa avrei provato in un contesto simile a quello della Englaro.
Il termine eutanasia spaventa per l’area di scomunica che ci gira intorno. Io non sono a favore di una indiscriminata gestione della morte, di una promozione della cultura del “gettare la spugna”: ma è fondamentale che non si tacci di assassinio chi ha già perso sua figlia, chi l’ha già vista morire in un incidente ed ogni giorno deve convivere con quel ricorso.
Una persona, a me vicina, mi ha detto che allora si tratta di un atto di egoismo: vale a dire, sbarazzarsi del problema per stare più tranquilli. È la sintesi meno felice, per non dire altro. Un padre che in animo sa di aver procurato l’interruzione della vita di sua figlia non può certo farlo a cuor leggero. Sarà tormentato sino alla fine dei suoi giorni, dal ricordo degli occhi e del corpo di Eluana mentre lentamente si allontana lo Spirito della vita. Un momento che condizionerà ogni giorno, ogni momento, ogni pensiero ed ogni immagine della vita futura.
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