Voi che siete sicuri, nelle vostre tiepide case...

C’è un libro, letto in adolescenza che mi è rimasto impresso. Un libro che – un po’ come il film di Roberto Benigni “La vita è bella” – descriveva un particolare sullo sfondo dell’Olocausto. Non per minimizzarlo, quanto per renderlo reale.
Quando, nei banchi di scuola, qualcuno descriveva le torture inflitte agli uomini ed alle donne che varcavano le soglie dei campi, io cercavo di immaginare, di costruire nella mente una qualche immagine che potesse darmi il metro del racconto. Non ci sono mai riuscito. Né, credo, possa riuscirci nessuno.
Nulla, nessuna parola, nessuna immagine, può restituire all’umanità la brutalità di quello che è stato. Ma quel libro, “La variante di Lüneburg”, mi ha trasmesso una dimensione umana, un percorso mentale e di ricordi, tanto più brutale quanto più è legato ad una esperienza di vita apparentemente poco significativa. Una partita a scacchi giocata tra un ebreo ed un ragazzo tedesco, poi diventato ufficiale delle SS. Nel libro di MAuresing ho trovato quel metro, quello che cercavo con la mente quando i miei professori di storia cercavano di raccontarmi i camerini dove uomini e donne erano costretti a spogliarsi, prima di acceder alle camere a gas; migliaia di parole non erano riuscite a descrivermi, in maniera sufficientemente chiara, quel senso di annientamento che era l’obiettivo scientificamente costruito nella politica razziale del Reich.
Ho migliaia di immagini offuscate nella mente, ma l’immagine di Tabori (il personaggio principale della Variante) che si trova dinanzi l’avversario di scacchi vestito da SS che lo sfida sulla scacchiera, nonostante la differenza di ruoli, nonostante l’abisso, storico e sociale, tra loro. Ho letto, pur adolescente, in quella immagine l’assurdità di una contrapposizione, di una ideologia, di uno sterminio ragionato di massa.
Per un momento, guardando migliaia di immagini, ho cercato di immaginare lo stato d’animo dei soldati dell’armata rossa arrivati ad Auschwitz. Il Vaso di Pandora: quando si toglie il coperchio ad un vaso ignorando completamente quello che vi è dentro. Chi ha aperto quei cancelli, chi è entrato, tra i primi, nel campo non avrà creduto ai propri occhi. I sospetti dello sterminio, le voci, i dossier segreti, le notizie che giravano di bocca in bocca, di ufficiale in soldato, non potevano neppure lontanamente preparare coloro che hanno scoperchiato il vaso.
Allora, come oggi, non è più possibile coprire quel vaso. Come la nascita di Cristo nella storia, la scoperta dell’Olocausto ha segnato il destino dell’umanità. Un condizionamento che – dispiace dirlo – oggi non riesce a capitalizzarsi in un atteggiamento responsabile dell’uomo rispetto alla violenza, allo sterminio, all’uso della forza militare per dirimere le controversie internazionali, politiche ed economiche.
Il bene e il male, dopo Auschwitz, certamente hanno mutato significato, si sono caricati di immagini, di suoni, di voci e di occhi, di responsabilità e di sangue. È difficile spiegare l’esistenza di Dio dopo l’Olocausto. È difficile pensare che Egli fosse distratto frangente; è difficile pensare che l’Amore di Dio si autolimiti per lasciare libero l’uomo anche di abomini come Dachau.
Difficile, se non impossibile. Ma non si può neppure pensare che non esista un’etica dell’obbedienza a principi fondamentali, quasi naturali. Mi si passi il termine.
« Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. »
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