L'incubo di un uomo che vuole liberare sua figlia.

Stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato di avere una figlia, di andare in vacanza con mia moglie sulla neve, di ricevere una sera una telefonata di mia figlia che mi dice: “ehi come state? Io rimango a casa… sono stanca!”
Ho sognato un telefono che squilla nel cuore della notte e che mi avvisa che mia figlia ha avuto un incidente e che è in coma. Ho sognato il viaggio di ritorno dalla vacanza, con il dubbio atroce dei “se” e dei “ma” che ti assalgono quando qualcosa di grave accade in tua assenza; quando sei lontano di casa e qualcuno che ami ha bisogno di te e non ci sei, quando il caso, il destino o il diavolo, ci mettono lo zampino e in un attimo, in un secondo tutto cambia irrimediabilmente.
Ho sognato di entrare in una stanza sterile, di terapia intensiva, di guardare un viso sconvolto senza riconoscerlo, un corpo pieno di tubi, di fili, di sinistri bip tutto intorno, di monitor accesi che non dicono nulla di buono, che non tranquillizzano, semmai accentuano il senso di distanza, di impotenza, di inutilità, già provato durante il viaggio di ritorno.
Ho sognato anno dopo anno, ingresso dopo ingresso in ospedale un incubo continuo, una impietosa sentenza di immobilismo, di stabilità, di non ritorno, mentre il viso sorridente, mentre il corpo di una ragazza piena di vita lentamente si disfa, si scioglie, si rinsecchisce.
Ho sognato uno sguardo perso nel vuoto, che dà l’illusione di una interazione, che sembra cogliere il senso di quello che accade intorno e che invece è lo specchio di una assenza straziante, terribile per il fatto stesso di essere lì fisicamente e di non esserci, di non aver avuto l’ultima occasione di vederla e di parlarci di persona, di non aver avuto un attimo in cui dirle tutto l’affetto, tutto l’amore che avremmo voluto comunicarle come genitori.
Ho sognato la sensazione terribile di vederla ogni giorno in quel letto, di avere il cuore pieno di rabbia e tristezza, di dolore che non si può raccontare e che neppure le lacrime riescono ad alleviare: le lacrime versate tenendola per mano, notando che neppure il tocco, neppure le carezze e i baci affettuosi della madre distrutta, riescono ad accendere quegli occhi del bagliore della vita, quella cosciente, partecipata, reale.
Ho sognato che il rumore intorno a questa stanza di giudizi, di voci, di gente che non ci conosce, che non la conosce e che non ci avrebbe mai considerato se non per mero opportunismo, esprime giudizi su di noi, su di lei, su mia figlia, sulla sua presunta volontà di non morire, di rimanere per chissà quanto altro tempo in quella condizione, sopravvivendo a noi, rimanendo da sola al mondo alla mercé di personaggi discutibili; giudizi di gente che ne avrebbe fatto un terreno di scontro, senza la nostra protezione, senza la nostra capacità di fare da filtro: noi, oggetto delle ire dei benpensanti per il sol fatto di aver scelto di liberarla.
Ho sognato di sentire forte in me la voglia di restituirle la serenità, di farla abbracciare finalmente dal Padre in cui credo fermamente, in cui continuo a sperare e delle cui ire sono pronto a farmi carico qualora Egli ritenesse che ho, che abbiamo, sbagliato scegliendo di far morire la nostra ragazza. Avvertire la sensazione di morte dentro, al pensiero di non poterla più toccare, di non averla più con noi, di non poterla più incontrare in quello straziante rito quotidiano che, sempre di più, diventa un rito a senso unico e che sento egoistico, quasi fondato sull’esigenza, tutta nostra, di rimanere legati alla sua fisicità.
Ho sognato il peso del giudizio, ho sognato il dolore per il rumore attorno, ho immaginato in tutto questo la responsabilità che ci stiamo assumendo e mi faccio forza pensando: per chi sfidare le ire del mondo e del Creatore se non per mia figlia?
Alla fine ho deciso che solo noi la conosciamo, solo noi possiamo sapere se le sue dichiarazioni di non voler finire a vegetare erano irruenza giovanile o convinzione ferma. Alla fine abbiamo deciso che per nostra figlia ci assumiamo il rischio di macchiarci di una colpa agli occhi degli uomini e forse di Dio, soltanto per la volontà di liberarla, di darle finalmente una serenità che negli ultimi anni non ha avuto, almeno sul piano del rapporto fisico col mondo.
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