«Carissimo Peppino perdonaci sette volte»





«Chiediamo sette volte perdono a Peppino Basile per tutto quello che non abbiamo fatto». A scrivere una toccante lettera indirizzata all'«amico» Basile è il parroco della chiesa di San Giovanni Bosco di Ugento, don Stefano Rocca, che ricorda così il primo anniversario dell'uccisione del consigliere dell'Italia dei valori. La lettera, che pubblichiamo integralmente, sarà letta dal parroco questa mattina dopo la messa delle 9.30.
«Carissimo Peppino, oggi tutta la nostra comunità è qui a ricordarti nel giorno anniversario del tuo massacro. Ma perché non sia solo una celebrazione formale occorre riflettere in profondità su quello che è accaduto e su quello che tu sei stato veramente. Quando eri in vita hai generato divisioni a causa delle tue idee politiche e forse anche del tuo modo di vivere, ma oggi molti riconoscono che le tue battaglie avevano un senso, erano nella direzione della ricerca della giustizia, sollevavano sempre il tappeto sotto il quale si nasconde, o viene oscurato, tanto male. Fosse solo per questo, per il fatto che la tua vita ti sia stata tolta per quello che pensavi, o anche per i tuoi difetti e i tuoi limiti (ognuno ne ha, per questo Gesù disse: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra!"), ti dovremmo ringraziare perché hai suscitato una movimento civile e culturale nella tua città e in tutto il Salento: giovani e meno giovani, credenti e non credenti, adesso chiedono più legalità, più giustizia, più pace, più verità. Grazie Peppino per questo dono che ci hai fatto. Ma non basta ringraziarti. Personalmente sento, e credo che tanti altri lo sentano con me, di doverti chiedere perdono, pubblicamente, a viso aperto, con sincerità e senza ipocrisia. Perdono, Peppino, ogni volta che abbiamo pensato che eri il solito rompiscatole o peggio un folle, che facevi tutto ciò che hai fatto per metterti in mostra, per attirare su di te l'attenzione, evitando così di dare ascolto sincero, Ubero da pregiudizi, alle tue denunce, seppure a volte scomposte, ma certamente tanto vere. Non facciamo così con tutti coloro che ci scomodano nelle nostre sicurezze e generano incertezze nei nostri calcoli di convenienza e nei nostri affari? Non facciamo così con i profeti, quelli che a causa di una vita mistica, oppure a causa di intelligenza prospettica, oppure solo per caso, intuiscono la verità del nostro errore collettivo e danno voce al dolore degli umili e dei poveri?
Perdono, Peppino, ogni volta che abbiamo dato peso, nel giudicarti, alle animosità del tuo modo di vivere, opponendo a queste tue imperfezioni il nostro perbenismo. Ma non succede spesso che i più accaniti censori degli errori degli altri siano loro invece "i sepolcri imbiancati", che si trastullano nell'idea della propria perfezione, costruita a colpi di moralismi generati da certe catechesi proiettate al dopo (la vita dopo la morte) e che trascurano il "qui ed ora"?
Perdono, Peppino, perché a volte non abbiamo avuto il coraggio, per paura o per calcolo, di denunciare i mali del nostro vivere sociale e ci siamo adagiati in una sorta di auto-pacificazione e auto-giustificazione che ha tanto l'aria della resa. Non si è diffusa infatti, nel nostro sistema, una cultura politica che tende a rincorrere i miti del potere fine a se stesso, del divertimento, della deresponsabilizzazione, dell'emergenza e della paura, per affermare così l'idea che tanto tutto resterà come prima, "mondo era e mondo sarà"?
Perdono, Peppino, ogni volta che abbiamo tenuto nascosto qualche piccolo o grande particolare circa la vicenda del tuo omicidio, che potesse aiutare le forze dell'ordine nella loro ricerca, e lo abbiamo fatto o perché non vogliamo avere scocciature, o perché siamo stati intimiditi da personaggi senza scrupoli o da fantasmi, o perché alla fine il "me ne frego" è una filosofia di vita più convincente e pervasiva dell'evangelico "cercate il Regno di Dio e la sua giustizia".
Perdono, Peppino, a nome dei politici, quelli che in questi mesi, senza ragione alcuna, si sono sentiti insidiati dalla cronaca della tua barbara morte e dalle successive indagini, e hanno messo in atto strategie difensive ingiustificate e non richieste, anziché ribadire, come era possibile e doveroso fare, che la tua morte ha ucciso anche un pezzo della loro dignità, ha ucciso un pezzo della speranza di tutti. L'unico riscatto possibile da questo errore è un impegno per la verità e la pace sociale, un impegno autentico per la legalità.
Perdono, Peppino, per coloro che hanno affondato i coltelli nella tua carne, e per coloro che hanno armato le loro mani, direttamente o indirettamente. Che il Signore li aiuti ad avviare percorsi concreti di conversione.
Perdono, Peppino, te lo voglio chiedere come sacerdote, a nome della mia amata Chiesa e di tutta la comunità ecclesiale, per tutte le volte che in essa viene intesa la pace come semplice assenza di conflitti, e per questo si teorizza l'indifferenza, dimenticando che per un cristiano vero la legge dell'amore va sempre combinata con quella della verità e della giustizia. O peggio quando abbiamo voluto guardarti a volte con sufficienza, tu peccatore e noi specialisti dell'assoluzione, e abbiamo corso il rischio di comportarci come il sacerdote della parabola del Samaritano, che passa dritto davanti al malcapitato perché troppo impegnato nei suoi alti ragionamenti.
In verità, nel limite e nel male e nell'errore della vittima e dei maledetti, chi ha il cuore libero come il Samaritano vede riflessa la sua propria miseria, il suo proprio bisogno di perdono, è si commuove, si accorge di avere un bisogno infinito della misericordia di Dio. Anche noi, io per primo, dobbiamo cambiare il nostro approccio di evangelizzazione, perché Dio è amore, Dio è misericordia-infinita, Dio ha scelto i piccoli e i poveri e i maledetti, Dio vuole la pace nella verità. Ci ricorda il caro don Tonino Bello: "Come possiamo dire parole di pace, se non sappiamo perdonare? Con quale coraggio pretendiamo che siano credibili le nostre scelte di pace a livello di massimi sistemi, quando nel nostro entroterra personale prevale la legge del taglione? Quali liberazioni pasquali vogliamo annunciare, se siamo protago-
nisti di stupide smanie di rivincita, di deprimenti vendette familiari, di squallide faide di Comune? Chi volete che ci ascolti quando facciamo prediche o comizi sulla pace, se nel nostro piccolo guscio domestico siamo schiavi dell'ideologia del nemico?".
Caro Peppino, oggi, mentre ti ringraziamo per quello che hai fatto per noi, ti vogliamo dire che dalla tua morte desideriamo tutti che nascano autentici germi di pace per la nostra comunità; la pace vera, quella che inizia dalla richiesta di perdono e dal perdono reciproco che voghamo donarci: "Solo chi perdona può parlare di pace - dice Tonino Bello - e a nessuno è lecito teorizzare sulla non violenza o ragionare di dialogo tra popoli o maledire sinceramente la guerra, se non è disposto a quel disarmo unilaterale e incondizionato che si chiama perdono. La pace è dono. Anzi, è per-dono. Un dono per. Un dono moltiplicato. Un dono di Dio che, quando giunge al destinatario, deve portare anche il con-dono del fratello».

Lettera di don Stefano Rocca, parroco di Ugento, apparsa su La Gazzetta di Lecce del 14.06.2009

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