Il professore invita a cena l’alunno.




Nella piena libertà del nostro tempo e riconosciuta dalla nostra carta costituzionale, i rapporti tra le istituzioni dello stato vanno anche considerati all’interno di un quadro generale, che supera i vincoli legali spingendosi sino al concetto di opportunità, di correttezza e di garbo.
Che una cena a casa di un giudice della Corte Costituzionale non sia un reato è ovvio. Com’è altrettanto ovvio che l’organo supremo di ratifica delle leggi ordinarie sulla base del dettame della Carta del ’48, abbia un compito delicato di valutazione che, alla stregua del Capo dello Stato, non può e non deve entrare nel novero dei tiri di giacchetta cui la nostra politica italiana ormai ci ha abituato.
In una lettera aperta al Premier, Luigi Mazzella, il giudice della Corte padrone di casa nella cena incriminata, parla di polizia segreta fascista, di regime, di limitazione delle libertà personali, di frottole raccontate ai lettori su una cena in cui non si è parlato di leggi, ma in cui ci si è intrattenuti convivialmente a parlare del più e del meno.
Non mi sogno di mettere in dubbio l’onorabilità dei giudici della Corte, prendo per oro colato le dichiarazioni di Mazzella. Però mi chiedo, può mai un uomo dell’esperienza e della lungimiranza del giudice non aver colto il rischio di far chiacchierare dell’istituzione di cui fa parte? Possono mai Mister B. e Alfano non aver avuto il sospetto che la presenza in casa del giudice della Corte che dovrà valutare la costituzionalità del Lodo che porta il nome del Ministro della Giustizia, fosse a dir poco inopportuna?
Quando frequentavo il liceo gli studenti che abitavano vicino ai professori, nello stesso quartiere o nello stesso palazzo, erano tenuti sotto stretto controllo dai componenti della classe, perché non ci fosse neppure l’ombra di un favoritismo. Eravamo studenti, eravamo piccoli sia mentalmente che anagraficamente. Eppure avvertivamo la necessità di una serenità all’interno di un percorso valutativo, eccessivamente puntigliosa lo ammetto, ma era il sentore di una parità di mezzi che non giudico del tutto negativa.
Mi sorprende che questa stessa sensazione, questa medesima necessità di equidistanza, di rispetto dei ruoli e soprattutto di stile nei rapporti tra uomini, che rimangono tali col proprio bagaglio di relazioni e amicizie ma che devono certamente tener conto che, stando nelle istituzioni, i rapporti tra le persone devono necessariamente cambiare.
I malpensanti dicono che quella cena fosse una sorta di operazione di lobbying sulla corte attraverso giudici amici, vicini al Premier ed al suo governo. Io voglio pensare che si sia trattato di una leggerezza istituzionale, una di quelle leggerezze cui il Premier ha abituato gli italiani. Una delle tante, così tante che, ad un certo punto, si ha l’impressione che non siano più leggerezze ma un vero e proprio modus operandi, con cui il Paese e gli italiani devono confrontarsi.
Ora che piaccia oppure no, Mister B. è fatto così. Forse gli italiani lo votano e lo amano (ammesso che lo amino) proprio perché in lui si concentrano tutte le cose che, segretamente, ciascun cittadino dello stivale vorrebbe essere: ricco, potente e faccia tosta.

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