Anno zero, in condotta?

“Annozero”, comunque la si pensi, ha l’indiscutibile merito di metterci tutti, operatori e fruitori, di fronte al nodo del fenomeno informazione le cui troppe angolazioni finiscono quasi sempre per dare ragione e torto in eguale misura, rendendo problematica l’individuazione di una sola verità. Non rimane che fissare dei criteri, ma anch’essi suscettibili di più letture, quindi insufficienti, inadeguati. La buona fede? Più concludente discutere di sesso degli angeli. E allora non c’è che analizzare di volta in volta, fidando nelle regole della logica e della giusta quantità dibuon senso.
Il ritorno di “Annozero” ne ha confermato il dna a tutti noto. Momenti di virulenza, vicende scorticate fino all’osso, aggressività, interviste a colpi di frusta. Agire così è fare cattiva informazione? Non è facile rispondere se prima non ci si chiede se le cose dette siano vere o meno, salvo poi verificare se sono trattate col giusto taglio. Ma esiste il giusto taglio? Certamente no, diciamo allora con un taglio accettabile, che cioè non faccia notizia più della notizia.
I fatti trattati dall’èquipe di Michele Santoro sono indubbiamente reali. L’opportunità di parlarne può essere condizionata dal ruolo delle persone coinvolte? Francamente no, anche per l’oggettiva difficoltà di fissare un limite entro il quale far rientrare il beneficio. Perché non anche il proverbiale uomo qualunque al quale non si perdona nulla pur non avendo particolari responsabilità che incidano sul destino di un popolo, di un Paese? Si rispolvera periodicamente l’essere che non è sufficiente senza un apparire altrettanto convincente, per archiviarlo non appena si crea una situazione imbarazzante per il papavero di turno. Ecco allora che si fa sempre più convincente il criterio della fondatezza dei fatti per valutare serietà e credibilità di un programma, di un’inchiesta.
Appena il tempo di ricordare come anche alla sinistra non sia stato concesso nulla, dalle cene cui ha partecipato D’Alema (davvero non paragonabili a quelle di palazzo Grazioli, lettone compreso) alla gravissima vicenda dell’ “affaire Tedesco” che Franceschini ha cercato maldestramente di sdrammatizzare.
Scandalo per l’intervista a Patrizia D’Addario i cui contenuti erano peraltro noti per essere stati pubblicati da più testate. Inopportuna? Inopportuno, dunque, fare informazione! Per la nota vicenda che vide Clinton ed una stagista coinvolti in uno scandalo che fece il giro del mondo, fu la Lewinshy a rifiutare interviste, ma una muta di giornalisti l’assediò per mesi, perché lì era la notizia, lì il fenomeno informazione realizzava la sua doverosa funzione.
Problematico intendere come possa il giornalismo del servizio pubblico essere soggetto a regole che invece non penalizzano l’informazione se gestita da aziende private, da tv commerciali. Regole che non vengono reclamate se ad esempio un Tg1 ignora notizie che hanno titolo per essere diffuse, se un gioco di montaggi regala applausi a persona diversa dall’effettivo destinatario, per non dire di trattamenti smaccatamente differenziati. C’è che al centrodestra va riconosciuta l’abilità di rendere problematiche le vicende a loro poco gradite. Tg1 e Tg2 per diverse volte al giorno e per tutti i giorni propinano notiziari che non sempre hanno nell’obbiettività il carattere prevalente, ma il centrosinistra lascia fare, si è come auto narcotizzato; e invece con “Annozero”, appena un paio d’ore settimanali, il centrodestra crea lo scandalo che nel comune sentire la faziosità diviene sempre più patrimonio esclusivo dell’opposizione.
Da tutto questo emerge un atteggiamento culturale ben preciso, ribadito dall’espressione secondo Santoro non giova neppure alla sinistra. L’asino del luogo comune è platealmente cascato. E’ chiaro: si guarda ad un uso strumentale dell’informazione. Deve semplicemente servire a catturare consenso, a rafforzarlo. Si elude la domanda, la si maschera di gossip (il ricorso a parole estere ci riporta al latinorum di chi vuole confondere le idee), porre al centro le sole ragioni del principe.
Di queste ore la sconcertante proposta del ministro Gelmini: riconoscere il canone Rai ai soli programmi che dimostrano di meritarlo. E chi lo decide? Quali i criteri per individuare questi meriti? Quindi informazione sempre più soggetta alle valutazioni, difficilmente disinteressate, di chi occupa la stanza dei bottoni. Altro che cane da guardia del cittadino nei confronti del potere. Sono davvero lontani i tempi dei diritti insindacabili di un borioso diritto di cronaca opportunamente bilanciato dal diritto della pubblica opinione ad essere informata.
Federico Pirro
Giornalista
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