Disse no ai clan, ucciso a 17 anni arrestati a Napoli tre camorristi
Il giovane, rapinatore, voleva rimanere indipendente
Il padre era morto in uno scontro a fuoco mentre svaligiava un ufficio postale
IRENE DE ARCANGELIS
NAPOLI - Non voleva per nessuna ragione affiliarsi a un clan. Continuava a dire no, a fregarsene dei potenti del quartiere, del "sistema" camorra che comandava. Lui, Ciro Fontanarosa, a diciassette anni aveva scelto. Seguire le orme del padre, morto ammazzato dalle forze dell´ordine mentre sbucava da un foro nel pavimento degli uffici postali di Secondigliano per fare una rapina. Rapinatore indipendente, senza padroni e senza regole. Ciro era proprio come lui, e a diciassette anni era già ricco. L´ultimo colpo in una gioielleria gli aveva fruttato settecentomila euro, si era subito comprato un´Audi A 3 nuova di zecca. Mentre era a bordo di quell´auto i sicari lo ammazzarono, lo scorso 24 aprile. Era stato avvertito, lo avevano picchiato e minacciato. Ma lui non aveva accettato di affiliarsi. Ucciso dalla camorra che non riusciva a dominarlo. Ieri il mandante e l´esecutore di quel delitto sono stati arrestati dai carabinieri, ma in manette è finito anche un cugino della vittima. Per gli investigatori fu testimone oculare dell´omicidio, ma poi tacque e cercò di depistare le indagini: lui sì che ubbidiva agli ordini del clan.
La cosca è quella dei Contini, potente nel cuore di Napoli, nel popolare quartiere del Vasto. E il mandante è il figlio di un boss oggi in carcere. Ettore Bosti, l´erede del clan, fino a oggi aveva comandato nel quartiere, e aveva tentato di "assumere" Ciro Fontanarosa viste le sue capacità di rapinatore. Ma Ciro aveva detto di no. «Guarda che ti faccio fare la fine di tuo padre», aveva minacciato Bosti. «Quella fine la farò fare io agli amici tuoi», aveva risposto Fontanarosa. Racconta un pentito che sapeva dell´agguato: «Ettore Bosti, in un primo momento, ha cercato di portare dalla sua parte Ciro Fontanarosa perché lo riteneva una persona capace dal punto di vista criminale e ne voleva fare, quindi, un suo guaglione. Ciro non ha accettato questa proposta perché voleva continuare a fare il mariuolo fuori dal sistema. Infatti rubava orologi e diceva che se proprio avesse dovuto scegliere un clan, avrebbe scelto il clan Licciardi, cui era vicino suo padre».
Intanto il diciassettenne rapina la gioielleria di Secondigliano. Colpo da settecentomila euro che crea tensioni tra cosche confinanti. Fontanarosa comincia a diventare un problema serio, non ubbidisce a nessuno e rompe gli equilibri. Viene ucciso, un delitto di cui tutti sono a conoscenza nel quartiere. Le informazioni più importanti arrivano ai carabinieri proprio dalle intercettazioni dei colloqui in carcere tra la madre del ragazzo e il suo nuovo compagno, anche lui rapinatore. Chiari i riferimenti al boss Bosti, ai motivi per cui l´ha ucciso. E i sospetti sul cugino della vittima e nipote della donna. Che pur non collaborando con gli investigatori sottopone il parente traditore a un lungo interrogatorio per sapere la verità. Quando è certa del nome dei colpevoli, rifiuta sprezzante un risarcimento in denaro per la morte del figlio da parte dello stesso Bosti. Ma sarà solo il collaboratore di giustizia a confermare in via ufficiale ai carabinieri il movente e la dinamica dell´omicidio aggiungendo i tasselli mancanti all´indagine "pura" basata soprattutto su intercettazioni telefoniche e ambientali.
Articolo a firma di Irene De Arcangelis
su La Repubblica del 09.03.2010 a pagina 20
Il padre era morto in uno scontro a fuoco mentre svaligiava un ufficio postale
IRENE DE ARCANGELIS
NAPOLI - Non voleva per nessuna ragione affiliarsi a un clan. Continuava a dire no, a fregarsene dei potenti del quartiere, del "sistema" camorra che comandava. Lui, Ciro Fontanarosa, a diciassette anni aveva scelto. Seguire le orme del padre, morto ammazzato dalle forze dell´ordine mentre sbucava da un foro nel pavimento degli uffici postali di Secondigliano per fare una rapina. Rapinatore indipendente, senza padroni e senza regole. Ciro era proprio come lui, e a diciassette anni era già ricco. L´ultimo colpo in una gioielleria gli aveva fruttato settecentomila euro, si era subito comprato un´Audi A 3 nuova di zecca. Mentre era a bordo di quell´auto i sicari lo ammazzarono, lo scorso 24 aprile. Era stato avvertito, lo avevano picchiato e minacciato. Ma lui non aveva accettato di affiliarsi. Ucciso dalla camorra che non riusciva a dominarlo. Ieri il mandante e l´esecutore di quel delitto sono stati arrestati dai carabinieri, ma in manette è finito anche un cugino della vittima. Per gli investigatori fu testimone oculare dell´omicidio, ma poi tacque e cercò di depistare le indagini: lui sì che ubbidiva agli ordini del clan.
La cosca è quella dei Contini, potente nel cuore di Napoli, nel popolare quartiere del Vasto. E il mandante è il figlio di un boss oggi in carcere. Ettore Bosti, l´erede del clan, fino a oggi aveva comandato nel quartiere, e aveva tentato di "assumere" Ciro Fontanarosa viste le sue capacità di rapinatore. Ma Ciro aveva detto di no. «Guarda che ti faccio fare la fine di tuo padre», aveva minacciato Bosti. «Quella fine la farò fare io agli amici tuoi», aveva risposto Fontanarosa. Racconta un pentito che sapeva dell´agguato: «Ettore Bosti, in un primo momento, ha cercato di portare dalla sua parte Ciro Fontanarosa perché lo riteneva una persona capace dal punto di vista criminale e ne voleva fare, quindi, un suo guaglione. Ciro non ha accettato questa proposta perché voleva continuare a fare il mariuolo fuori dal sistema. Infatti rubava orologi e diceva che se proprio avesse dovuto scegliere un clan, avrebbe scelto il clan Licciardi, cui era vicino suo padre».
Intanto il diciassettenne rapina la gioielleria di Secondigliano. Colpo da settecentomila euro che crea tensioni tra cosche confinanti. Fontanarosa comincia a diventare un problema serio, non ubbidisce a nessuno e rompe gli equilibri. Viene ucciso, un delitto di cui tutti sono a conoscenza nel quartiere. Le informazioni più importanti arrivano ai carabinieri proprio dalle intercettazioni dei colloqui in carcere tra la madre del ragazzo e il suo nuovo compagno, anche lui rapinatore. Chiari i riferimenti al boss Bosti, ai motivi per cui l´ha ucciso. E i sospetti sul cugino della vittima e nipote della donna. Che pur non collaborando con gli investigatori sottopone il parente traditore a un lungo interrogatorio per sapere la verità. Quando è certa del nome dei colpevoli, rifiuta sprezzante un risarcimento in denaro per la morte del figlio da parte dello stesso Bosti. Ma sarà solo il collaboratore di giustizia a confermare in via ufficiale ai carabinieri il movente e la dinamica dell´omicidio aggiungendo i tasselli mancanti all´indagine "pura" basata soprattutto su intercettazioni telefoniche e ambientali.
Articolo a firma di Irene De Arcangelis
su La Repubblica del 09.03.2010 a pagina 20
Commenti