"Un anno a stringere bulloni invece di parlare a vanvera"

Vi suggerisco la lettura di una intervista del collega Diego Longhin apparso su La Repubblica di oggi allo scrittore Antonio Pennacchi, ex operaio, sulla situazione sindacale e lavorativa italiana. Lo reputo molto illuminante, specie nella parte in cui lo scrittori parla di un rapporto tra lavoratori e azienda che deve mirare alla sussistenza e al miglioramento reciproci.

TORINO - «Non è vero che devi avere i calli alle mani per parlare di fabbrica, ma se non si ha né l´empatia né l´apertura mentale per capire quello che vuol dire è meglio stare zitti. E tra quelli che ho sentito in questi giorni pochi possono dire qualche cosa». Parola di Antonio Pennacchi, scrittore, vincitore del Premio Strega con il suo ultimo libro "Canale Mussolini" e operaio in pensione dopo oltre trent´anni di turni di notte.
Pennacchi, chi può parlare di lavoro in catena di montaggio?
«Io in fabbrica ho vissuto a lungo, come me Erri De Luca. Sergio Cofferati, ad esempio, non faceva l´operaio, ma sa benissimo di quello che si parla, di com´è la vita di un operaio. Sugli altri ho dubbi. Non solo fra i politici. Landini, il segretario Fiom, ha mai fatto l´operaio? Non credo. Mi sembra un capopopolo. A tutti quelli che parlano consiglierei una lettura».
Quale?
«Metello di Vasco Pratolini. Lo sto rileggendo in questi giorni per un lavoro che devo fare. Sarebbe utile».
Perché?
«Si sta tornando a quella situazione. Non solo. Gli operai non devono rinunciare solo ai diritti, ma devono pure impegnarsi a non rompere le scatole in fabbrica. Stessi ancora al lavoro sarei arrabbiato pure con la Fiom. Parte della colpa sta nella divisione sindacale, nel massimalismo, nel dire no e nel non trattare. Il fronte diviso è più debole e Marchionne ne ha approfittato».
Ma lei un periodo di lavoro in fabbrica lo consiglierebbe?
«Certo, bisognerebbe farsi un anno in catena di montaggio. Sarebbe utile a tutti. Gli eredi Agnelli hanno fatto un periodo in qualche stabilimento. Così si impara veramente cosa vuol dire. È vero che l´intelligenza sta nelle mani, peccato che il ministro Sacconi lo dica perché vuole che i figli degli operai continuino a fare gli operai. Il lavoro con le mani serve a mettere in moto il cervello. Ho scritto la tesi di laurea in fabbrica, su Benedetto Croce».
Dove lavorava?
«Sono entrato alla Fulgorcavi di Latina molto giovane, poi è diventata Alcatel Cavi e ora Nexans, ma la vogliono chiudere. Producevo cavi elettrici e telefonici. Lavoravo su macchinari complessi, a ciclo continuo, coprivo sempre la notte. E i compagni, quando mi sono messo a studiare, mi davano una mano. Va, che guardiamo noi, mi dicevano».
Deve ringraziare loro se è riuscito a laurearsi e a diventare scrittore?
«Certo, mi hanno aiutato, anche quelli che non capivano e che mi dicevano vieni ad imbiancare gli appartamenti con noi che guadagni qualche cosa in più. Alla fine sono stato uno di loro che ce l´ha fatta: quando ho vinto lo Strega sono andato a festeggiare in fabbrica».
Ha approfittato della cassa integrazione per iscriversi a lettere?
«Sì, un periodo di cassa per crisi. Poi sono rientrato e ho continuato a studiare e scrivere. Dopo essere stato espulso dalla Cgil avevo finito la mia fase politica e sindacale, mi volevo dedicare ad altro».
Cosa ricorda del lavoro all´Alcatel?
«La fatica, il periodo di autogestione all´inizio degli anni ‘80 per salvare la fabbrica. Bisogna battersi per migliorare le proprie condizioni, ma bisogna farlo anche per salvare l´azienda, altrimenti non c´è più nulla. E poi l´attaccamento al lavoro. I veri operai tengono al prodotto e sono convinti di fare sempre il miglior prodotto. E hanno rispetto solo per quelli che sanno lavorare».

Commenti

Post popolari in questo blog

“ATTRAVERSO LA CROCE SI ARRIVA ALLA LUCE ”

Ho scoperto di essere stupido come Forrest Gump.

I miei auguri.. senza presunzione.