Chiedere agli italiani di essere cittadini del mondo è una impresa ardua; noi che siamo riusciti a dividerci anche sui 150 anni dell'Unità d'Italia, tra imbecilli, leghisti e neomonarchici, abbiamo sciupato l'occasione di richiamare alla mente un percorso, doloroso certamente, ma nevralgico della nostra storia nazionale.
Pretendere che da cittadini italiani si passi allo step di intendere il mondo intero come un unicum diventa davvero un affare complesso: è certamente vero che, quando degli stati decidono di intervenire in un paese lontano con caccia e bombe, l'ultima motivazione in agenda è il bene dei popoli. Più spesso si ragiona di convenienze economiche, politiche, di potere insomma. E' chiaro quindi che anche la gestione dei profughi legati ad un conflitto diventino una questione secondaria. Un fatto incidentale da risolvere, come spesso accade, nascondendo la polvere sotto il tappeto e delegando la questione agli enti locali.
In Italia la legge Bossi Fini individua nello straniero che entra nei confini nazionali senza determinati parametri (contratto di lavoro e conseguente richiesta di permesso di soggiorno) un delinquente: il reato si consuma nel momento stesso dell'ingresso. I Cara (Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo) ed i Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione) del nostro paese diventano quindi un fatto conseguente: perdono la connotazione di centri di accoglienza e gestione dell'emergenza e diventano un parcheggio, un limbo entro cui tutto si muove per non muovere nulla. Per esasperare le masse, per rendere critiche le gestioni, per alimentare un problema ulteriore in comunità locali che già ne hanno a sufficienza di loro.
All'uomo della strada non è chiara una cosa: perché siamo obbligati ad accogliere gli immigrati? Perché dobbiamo spendere delle risorse economiche per gestire i centri? Perché tenere dell'esplosvo sotto casa sapendo che prima o poi può esplodere?
Le domande sono non solo legittime, ma più che giustificate.
Dalle immagini e dalle notizie la percezione che si ha del flusso di immigrati è quello di una massa informe di uomini e donne senza speranza e senza nulla da perdere che tentano il tutto per tutto con un viaggio rischioso e che, soprattutto, spesso alimenta le casse delle organizzazioni criminali locali delle zone da cui i flussi partono. E non bastano le rievocazioni dei tempi in cui anche noi migravamo in America, o Svizzera o Lussemburgo... Troppo pallidi i ricordi. Non è sufficiente.
Allora come spiegare ad un italiano l'obbligo di assistenza e gestione del fenomeno?
Distinguerei l'obbligo morale all'assistenza umana dall'obbligo di Stato di fare la propria parte per poi sedere al tavolo della pace che, da che mondo è mondo, è la parte più proficua in termini politici ma non solo, dei conflitti militari.
Dell'obbligo morale di assistenza umana dirò poco giacché esso appartiene a categorie dello spirito che o si avvertono oppure si ignorano. Non vi sono mezze misure. O ci si rende conto che il mondo è un equilibrio delicato di flussi migratori che vanno gestiti e canalizzati a compensazione di tensioni, conflitti, crisi, depressioni economiche e politiche, oppure il tutto appare come l'usurpazione di spazi economici, lavorativi, politici e civili, finanche.
Questo primo aspetto dovrebbe poi tradursi nell'obbligo di Stato. Ma quando lo spirito degli uomini è traviato da mille altre difficoltà, da mille altre urgenze, accade che di questi temi non ci si interessa, che si deleghi, che si prenda la via dell'asprezza e che quindi le vie della politica seguano quelle degli interessi economici. L'assistenza di Stato, quindi, diventa il frutti di una spartizione millesimale dei compiti di ciascuna nazione che partecipa all'alleanza che apre le ostilità: ammesso che poi la divisione sia equa e non si rischi che, a bocce ferme, la comunità internazionale finga di dimenticare lo stress che il territorio italiano subirà dall'ondata di sfollati provenienti dal nord Africa.
Oggi la soluzione è quella della distribuzione degli immigrati da Lampedusa, ormai ben oltre il limite della sopportazione, verso località italiane dove si usano strutture pubbliche per l'accoglienza o si allestiscono tendopoli. Se da un lato alcune comunità, come quella molisana, hanno fatto sapere di avere spazio e disponibilità per accogliere un certo numero di immigrati, in altri contesti le decisioni del governo centrale cadono sulla testa, se non delle istituzioni locali, quanto meno dei cittadini che si vedono allestire campi sotto casa, mentre ancora i tir della spazzatura di Napoli hanno i motori caldi.
Quando agli inizi degli anni '90 giunsero sulle nostre coste i cittadini albanesi in fuga dal loro paese in disfacimento nella mia città accaddero cose inimmaginabili: i monopolitani, il vescovo, le istituzioni accolsero i disperati in una immagine molto simile a quella dell'arrivo della Vlora nel porto di Bari. Si allestì una tendopoli che nel corso del tempo passo dall'essere il luogo della speranza a trasformarsi in vivaio della disperazione, delle tensioni, del nervosismo. La mobilitazione fu tale che le comunità intere risposero in maniera incredibile, ma poi quando la buona volontà nell'emergenza svanì le istituzioni non avevano programmato, non avevano costruito, non avevano lavorato se non per l'emergenza. Ed allora l'integrazione fu relegata a sparuti casi; molti altri rientrarono in patria, altri ancora vissero per anni nella macchia, altri, infine, alimentarono i traffici illeciti tra le due sponde dell'Adriatico.
Quando lo Stato dunque, come sta facendo in questi giorni, decide di mandare 700 immigrati in una tendopoli a Manduria mentre i Cie e i Cara della regione sono già al collasso, rischia di innescare il meccanismo del dimenticatoio, dell'emergenza tamponata e dimenticata che, purtroppo, è votata ad esplodere nuovamente con maggiore intensità e ulteriori rischi.
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