L'Aquila, un guscio vuoto.

Quando, ieri mattina, mi sono fermato dinanzi alla casa dello studente a L'Aquila, c'era una persona che continuava a ripetermi: “si sono dimenticati un pilastro”. I muri sbriciolati come pasta frolla sotto la furia di quei 36 interminabili secondi, lasciano intravedere le ante aperte degli armadi: su qualche balcone la biancheria stesa. Ferma lì da due anni, da quando la vita interrotta degli aquilani, non ha avuto modo di riprendere. Sulla recinzione che protegge dai ricordi, le foto degli angeli della casa dello studente; poi frasi, striscioni, magliette. Difficile dire chi abbia sentito il bisogno di venire a portare una maglietta della marcia della pace, impossibile decifrare i sentimenti di chi, sotto le macerie del 6 aprile 2009, ha perso qualcuno. Fin troppo evidente il senso dello striscione “Ci avete tolto il futuro, non toglieteci anche la giustizia con il processo breve”, firmato dal comitato parenti delle vittime della casa dello studente.
Le vie che furono il cuore pulsante della città, animata da 25mila studenti, da una popolazione radicata alla propria cultura ed al proprio centro storico, come una pianta d'ulivo al terreno, oggi sono deserte. Anche di mattina. Gli unici a passeggiare per le vie del centro storico sono curiosi come noi, qualche aquilano che ostinatamente cerca di rivivere una passato che non può tornare, risedendosi per un attimo a sorseggiare una genziana al bar del Corso. Coraggiosamente riaperto, nonostante l'intero palazzo in cui è ospitato sia ancora inagibile, come buona parte del centro della città, abbandonato a se stesso, presidiato dai militari. In mota manent.
Nel centro storico, imbragato e puntellato, la sensazione è che non ci siano rimedi: qui il clima è strano, forti escursioni termiche, per i lavori edilizi ci sono circa 6 mesi l'anno; negli altri periodi le temperature ballano troppo ed i lavori rischierebbero di non essere ben fatti. Ma quali lavori? “VVFF Cuneo”. Si legge sulle assi di legno che cercano di tenere insieme un palazzo che ospitava un convento: tutte le assi, i tubolari, le morse, i teloni portano la firma di un gruppo di intervento. A futura memoria di quella mobilitazione generale, tipicamente italiana, che oggi sembra sparita, sotto il peso ingombrante di un destino che sembra ricadere sui soli aquilani.
Una solitudine pesante, troppo silenzio; come se ancora quel centro fosse una specie di cimitero a cielo aperto. Di venerdì mattina, con un bel sole di maggio, si parla sotto voce: in corso Vittorio Emanuele, l'ennesima griglia di protezione, dinanzi a quella che era la sede della Camera di Commercio. Su un pezzo di recinzione, centinaia di chiavi, uno striscione campeggia con il nome delle vie del centro attualmente inaccessibili: “We have a dream”. E , presumibilmente, il sogno della popolazione è quello di ritornare nella propria casa, le cui chiavi adesso sono appese alla recinzione. Abbandonare le case senza anima, costruite i fretta e furia per arginare l'emergenza.
Quando parlano di due anni fa gli aquilano difficilmente pronunciano la parola terremoto: ma si capisce che quella data è diventato una specie di spartiacque, come la nascita di Cristo lo è diventata per la storia. Il chiacchiericcio, a bassa voce, si lancia in commenti: le case, le new house, qui sono costate quasi 3mila euro al metro quadro, mentre ad Onna dove la ricostruzione l'hanno gestita i tedeschi sono costate tra i 700 e i 900 euro; a realizzarle sono state tutte aziende esterne; alle aziende del territorio hanno dato le “molliche”. Il business dell'emergenza è costato un botto di soldi: alla frenesia degli aiuti e delle situazioni temporanee di case in ferro e legno che cominciano a cedere, oggi segue il momento di una preoccupante stasi. Non c'è una linea precisa, non ci sono spiragli: a rimettere in carreggiata il territorio dovrebbe essere il mondo dell'imprenditoria, ma come si fa a lanciarsi? Una grossa opportunità sarebbe stata un opera di defiscalizzazione degli investimenti per un periodo ragionevole per i tempi imprenditoriali: impiantare nuovi opifici, riprendere la vita attraverso l'occupazione perché facesse da stimolo all'impasse delle istutuzioni, locali e nazionali. Le storie aziende con fatica si stanno rimettendo a lavoro; ma la situazione è complessa. Rimetter mano al centro deflagrato richiede 50 anni, forse più, ammesso che si cominci subito: se passa qualche altro anno, rimuovendo le imbragature, l'80 per cento degli immobili messi in sicurezza potrebbe cadere. Mandando in frantumi oltre che i palazzi, anche i milioni di euro investiti per tenerli fermi.
Intanto al danno si aggiunge la beffa: le macerie sono state così tante che oggi non si sa come conferirle e pur volendo cominciare a ristrutturare il proprio immobile tentando di accedere ai fondi, è impossibile farlo perché se non si sa dove portare le macerie non si ottiene la certificazione, quindi non si può accedere ai fondi.
A me, esterno, i quartieri periferici montati sui pilastri antisismici sembrano una specie di reclusione per gli aquilani che con le pietre e i mattoni del centro avevano un legame di sangue.
Visita la galleria delle foto scattate nel centro dell'Aquila.
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