Dal vangelo secondo Terry (De Nicolò)
Come molti anche io mi sono scandalizzato dell'intervista rilasciata da Terry De Nicolò a "L'Ultima Parola". Passare sopra tua madre, fare il business, vendere la bellezza come un bene, stai a casa con 2mila euro al mese se non sei disposto al compromesso. Che poi a molti 2mila euro al mese starebbero più che bene. O no?
Ho sbraitato come molti, ho cercato appigli morali e materiali per contrastare questo pensiero che reputo abominevole.
Eppure mi sono sentito un po' ipocrita a pensare che le parole della escort fossero fuori dalla realtà, che a pronunciarle fosse una persona avulsa dal mondo. Certo, mostra di non avere aderenza con le cose dei poveri mortali ritenendo che 2mila euro al mese fossero il minimo sindacale per mille giorni da pecora.
Tuttavia chi può negare che nel nostro paese, ma non soltanto, il mondo del potere giri a quel modo? Chi può venirci a dire che il valore estetico (qualcuno poi spiego alla fanciulla il concetto di esteta che nulla a che fare con festini e palpeggiamenti vari) non rappresentino da sempre una merce di scambio per arrivare ai posti che contano?
CHe poi non si voglia accettare, che si debba lottare contro questo sistema perverso, noi pecore lo sappiamo. Noi che non cerchiamo giorni da leoni, che ci accontentiamo di essere pecore, di lavorare, di stare in famiglia, di farci bastare le cose semplici, piccole, non essendo disposti a passare sopra madri e parentele varie. Ma voler andare contro un sistema non è negarlo, dire che non esiste, dire - peggio - che quel sistema appartiene al Berlusconismo. Pur essendo da sempre un elettore non affine al Silvio nazionale, sono propenso a credere che il ruolo del sultano di Arcore sia stato soltanto quello di alimentare una aspettativa. I soldi e i mezzi hanno alimentato un fuoco che covava sotto la cenere, che ha sempre riscaldato le stanze dei potenti e che dal 1994 in poi ha sciolto tutti i freni inibitori. Questo si.
Però, scusate, non posso condividere l'ipocrisia di chi scaglia le pietre. Perché un po' tutti hanno conosciuto quel sistema, un po' tutti lo hanno sfiorati, decidendo poi di entrarvi oppure no. Ma relegare il quadro descritto dalla escort barese ad una parentesi destrorsa o forzitaliota o pidiellina è riduttivo, oltre che ingiusto.
Pur non azzeccandoci nulla, mi viene in mente l'esempio di tanti affermati professionisti di sinistra che - quando andavo al liceo - spingevano i figli a battersi per la scuola aperta a tutti, per l'università senza il numero chiuso, per l'accesso allo studio per tutti. Partecipavo, come molti, a quegli scioperi per bigiare le lezioni. Ma poi ho visto i figli di quei professionisti sinistrorsi benpensanti iscriversi alle università private, quelle dove le rette annuali corrispondevano al reddito familiare di molti studenti. Allora ho capito che la lotta ideologica era un vestito, come quello da indossare per le occasioni buone, ma la vita è altra cosa. I figli, il loro bene, passano sopra i bei pensieri, le ideologie i principi di uguaglianza e di merito.
E vengo al dunque: a quei benpensanti sinistrorsi chiedo se sia molto diverso mercanteggiare le ideologie che si proclamano ai microfoni dei tg, la morale, la meritocrazia, il bene comune con il futuro di un figlio inetto che deve emergere in quanto proprio figlio? Quale differenza trovare tra questo, tra il passare sopra alle regole e alla morale, pur di assicurare al proprio pupillo un fulgido futuro ed il passare sopra la propria madre?
I compromessi sono compromessi, grandi o piccoli che siano alzano la soglia di tolleranza della nostra personale visione della realtà, ma rimangono comunque l'anticamera del limbo, il presupposto di una novella, quella della escort barese, contro cui tutti si sono accaniti, senza pensare che, alla fine, per quanto gretto e crudo, il suo racconto abbia portato alla luce molti scheletri. O forse l'accanimento nasce proprio da questo?
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