Era proprio necessario?
Nella società del bianco o nero, senza sfumature, senza mezzi toni io sono uno di quelli che non riesce ad essere perentorio nelle scelte. Non riesco a stare da una parte. Men che meno dinanzi a vicende che riguardano minori - cito una collega che certo non me ne vorrà – sulla cui pelle i genitori ingaggiano una lotta senza quartiere. Quale che sia la sentenza, quale che sia il giudizio dei tecnici di parte (psichiatri, servizi sociali e chi più ne ha più ne metta), quale che sia la parte da cui pende la bilancia della ragione e dei torti l'unica parte da cui sento di poter stare è quella di un bambino di 10 anni divenuto tristemente famoso in tutta Italia per una esecuzione coatta della sentenza di un Tribunale dei minori. Se il giudice ha fatto il suo lavoro, la polizia pure e il padre ha fatto valere un suo diritto allora dovrebbe essere tutto normale. Eppure sento alla bocca dello stomaco la sensazione di un pugno. E quando hai la sensazione di qualcosa il più delle volte quella cosa è successa e, al massimo, non te ne sei reso conto. Ho visto le immagini senza contestualizzazione. Ho letto dopo le dichiarazioni del questore. Ma, devo dire, che sono servite per niente a rendere meno pesante il senso di dolore: ho pensato ad un nipote della stessa età, all'eventualità che fosse lui preso di forza da un lato dal padre e dall'altro dalla polizia. Mi sono chiesto come avrebbe potuto mai superare una cosa di quel genere? Come avrebbe mai potuto perdonare al padre o alla madre – tutti e due egualmente responsabili di aver scaricato sul bambino il fallimento di un rapporto – la sensazione di essere braccato, di essere preso di peso e messo in macchina per “eseguire una sentenza”. Come potrà riconoscere nelle loro facce quello che abitualmente sono abituato a vedere quando guardo i miei genitori: sicurezza, affetto, vicinanza, sostegno nelle difficoltà, spirito di sacrificio per il bene dei figli.
Che si dovesse eseguire una sentenza è pacifico, che fosse frustrante non poterla eseguire per ben 5 volte posso pure capirlo. Ma affermare la giustizia violando il diritto all'infanzia non mi pare giustizia. Chi registra, chi pubblica, chi getta in pasto alla rete che ha memoria d'elefante e non dimentica mai immagini di quel genere per creare il caso mediatico non ha pensato a quando quel ragazzo potrà accedere ad un pc, a quando potrà rivedere quelle immagini, alla reazione che tutto questo potrà procurargli, alle conseguenze che questo ulteriore shock potrà avere sulla sua vita.
Nella società dei giudizi tranchant io non ho giudizi, non ho se non una idea spuntata, non affilata, non tagliente: ciascuno ha fatto la sua parte per rovinare la vita a quel ragazzo. I genitori che hanno considerato la sua vita come una scacchiera su cui giocare una partita, al netto delle buone intenzione per carità, ma pur sempre perdente rispetto alla necessità di tutelare un bambino. La loro parte l'hanno fatta anche gli agenti che in barba alla privacy hanno fatto di tutto per rendere pubbliche le vicende familiari del bambino, più di quanto già non lo fossero nel chiacchiericcio tra genitori dell'istituto, facendo un “prelievo a scuola” che per sereno che possa essere per il fatto stesso di interrompere una routine qualche riflettore lo accende. Lo ha fatto la zia reporter credendo di fare gli interessi del bambino registrando e pubblicando il video.
E' vero adesso se ne parla. Sarebbe però interessante, tra 8-10 anni, chiedere col senno di poi alla vittima di tutto se davvero riteneva utile che se ne parlasse in questa maniera, con tifoserie pro o contro qualcuno e parole di troppo. Comprese le mie.

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